L’importanza dello svelamento in psicoterapia: considerazioni nell’epoca del digitale

Qualche sera fa, dopo l’ultima seduta, mi sono sorpresa a fare una cosa che facciamo tutti, ma di cui parliamo raramente. Ho cercato il mio nome su Google. Volevo vedere cosa appare di me a chi sta per sedersi sulla mia poltrona. È bastato un clic per ritrovare vecchie foto, frammenti di articoli, i miei racconti. Oltre ovviamente al mio sito e a tutte le informazioni promozionale che ho scelto di condividere, ho trovato tutta una porzione di me, anche privata, che è sfuggita al mio controllo.

In quel momento ho pensato a James Hillman, quando scriveva che la psicoterapia è un’arte della messinscena, un teatro dell’anima. Ma cosa succede a questo teatro se gli spettatori conoscono già i segreti del backstage? Cosa resta della stanza dell’analisi, che per decenni abbiamo immaginato come un hortus conclusus, un giardino protetto dal mondo, se le sue mura sono diventate di vetro?

Un tempo c’era il dogma del silenzio. Il terapeuta doveva essere uno “schermo opaco”, una tela bianca su cui il paziente poteva proiettare i propri fantasmi, i propri amori, i propri mostri. Il setting non era solo un fatto di arredi, ma una membrana. Tu non esistevi come persona biologica, esistevi come funzione. Poi, per fortuna direi, sono arrivati gli anni ’90 e la cosiddetta svolta relazionale. Ci siamo accorti che non siamo dei chirurghi distaccati che guardano da una distanza siderale, ma esseri umani che danzano insieme a un altro essere umano. La neutralità ha ceduto il passo all’autenticità.

Oggi, però, il digitale ha forzato le serrature. E ci ha sbattuti tutti in piazza.

Esserci o no esserci: due facce del mostrarsi

Nel nostro mestiere c’è una parola a me molto simpatica per definire l’atto di mostrare se stessi: self-disclosure, autosvelamento. Ma la clinica ci insegna che schiudersi intenzionalmente come un atto che ha una finalità dentro il contesto terapeutico non è l’unico modo di mostrarsi. C’è una distinzione neanche tanto sottile tra ciò che scegliamo di donare e/o condividere (Self-disclosure) e ciò che trapela senza volerlo (Self-revelation).

La verità è che noi parliamo sempre di noi, anche quando stiamo in silenzio. Il paziente ci legge continuamente: nota l’anello che portiamo al dito, il quadro appeso alla parete, il modo in cui teniamo le gambe accavallate, persino quel micro-movimento del viso quando tocca un tasto dolente. Questa è la biografia silenziosa che scriviamo ogni giorno davanti a loro.

L’autosvelamento vero e proprio, invece, è un atto deliberato. È quando decidi di prendere un frammento della tua storia e di poggiarlo sul tavolo, tra te e l’altro. La ricerca ci dice che è un intervento rarissimo — si usa in circa l’1% dei casi, a differenza dell’immediatezza, ovvero il commentare ciò che accade qui e ora nella stanza, che è molto più frequente. Questo perché la self-disclosure non è una confidenza da bar. Non è un “ti racconto i fatti miei così ci sentiamo più vicini”. È un atto chirurgico, poetico. È dire: Vedi, questa ferita la conosco anche io. Un incontro nella valle dell’anima, una partecipazione mistica che non prevede necessariamente una redenzione, un incontro tra due solitudini come mi piace pensare. Anche questo è terapia!

Ma la domanda etica che dobbiamo farci, ogni volta che apriamo quella porta, è spietata: A chi serve questo mio racconto? Serve a validare il dolore del paziente o sta servendo a calmare la mia ansia, a farmi sentire un “buon terapeuta”?

Il Fattore Google: quando il setting si allarga alla rete

Ammettiamolo, il paziente di oggi non è più il richiedente passivo di una volta. È un consumatore digitale informato, spesso spaventato dall’asimmetria della cura. Venire in terapia significa consegnare le proprie fragilità a uno sconosciuto che sta seduto più in alto. Cercarci su Internet, allora, diventa una difesa psichica. È un modo per dire: “Voglio sapere chi sei prima di fidarmi di te”. Ci sta!

Ho provato a mappare questo viaggio che i pazienti fanno nel nostro mondo virtuale. A volte è un semplice voyeurismo, a volte è una ricerca di sicurezza che si muove su territori diversi:

  • La superficie ufficiale: Il sito professionale, il curriculum. Qui cercano la nostra competenza, ma anche una faccia che ispiri fiducia.
  • La terra di mezzo: I post sui social, le risposte che diamo nei forum o nei portali di settore. Guardano come interagiamo con il mondo, quali sono le nostre idee, la nostra sensibilità.
  • Il confine d’ombra: I profili privati, le foto di famiglia, fino ad arrivare, nei casi più estremi e fortunatamente rari, al monitoraggio dei registri pubblici o al cyber-stalking.

Di fronte a questa valanga di informazioni, fare finta di nulla è impossibile. Se un paziente scopre online un pezzo della nostra vita — un lutto, un cambiamento, una passione — quel pezzo entra in seduta, che noi lo vogliamo o no. Diventa materiale clinico. Sta a noi non difenderci dietro il ruolo, ma accogliere quel sapere e chiederci cosa significa per la sua storia.

Il rischio del narcisismo e l’alleanza con il trauma

Quando funziona, svelare una propria vulnerabilità accelera la cura in modo straordinario. Normalizza il dolore. Abbassa quell’idealizzazione paralizzante che fa pensare al terapeuta come a un dio pagano che non soffre mai.

Ma se usiamo la seduta per cercare risonanza al nostro narcisismo, se iniziamo a raccontare il nostro lutto irrisproiettando sul paziente il compito di consolarci, stiamo compiendo un’inversione di ruolo traumatica. Il paziente diventa l’accudente del terapeuta. E questo è il preludio del fallimento della terapia.

Questo equilibrio diventa ancora più fragile quando lavoriamo con il trauma profondo. Chi ha subìto ferite da accudimento disorganizzato ha bisogno di una base sicura, non di un compagno di sventure. In quel caso, lo svelamento deve essere orientato solo alla cooperazione, alla co-creazione di un senso. Dobbiamo offrire una risonanza della struttura della nostra mente, non la cronaca dei nostri fatti personali.

E che dire dell’Eros? Quando il transfert si fa caldo, erotico, appassionato, l’autosvelamento è una bomba a mano. L’analisi è un’opera alchemica, un bagno emotivo in cui le pulsioni si mescolano. Se sentiamo il cuore accelerare o il rossore salire alle guance, quella è la nostra bussola, non un contenuto da buttare addosso all’altro. Rivelare un’attrazione reale distrugge il “come se” del gioco terapeutico, riduce il simbolo a una concretezza sterile. L’Eros serve per accendere il processo di individuazione, non per consumare un copione reale.

Per una nuova ecologia della presenza

In fin dei conti, in questa era di radicale trasparenza, la riservatezza non può più essere considerata un muro di pietra. Deve, piuttosto, evolversi in un’ecologia della presenza.

Per lungo tempo, si è cercato di proteggere ciò che sembrava un segreto, un mistero. La terapia è stata vista come un’esclusiva degli eletti, coloro che nelle stanze chiuse riflettono sui massimi sistemi della vita, del comportamento umano e del significato dell’esistenza. Tuttavia, la vita è una questione collettiva, a prescindere dal peso che ciascuno di noi sceglie di darle.

Ciò che sorprende è la voracità con cui si consuma la conoscenza dell’altro. La disponibilità incondizionata, adottata da alcuni colleghi, viene spesso interpretata come un invito accogliente alla terapia.

Come se la terapia fosse un qualcosa da masticare, da sezionare e commercializzare, riducendo la sua essenza, il che provoca in me una certa sofferenza. In effetti, mi fa girare un po’ la testa. Ma sono convinta che, se c’è davvero un mistero, un segreto profondo, non risiede nella terapia stessa, ma nella qualità particolare che caratterizza la relazione terapeutica. Questa qualità, a sua volta, è rintracciabile in tutte le relazioni umane. È qualcosa di specifico e unico, frutto dell’interazione tra due particolari persone che perseguono un obiettivo peculiare, il quale, ovviamente, è distintivo della terapia stessa.

Detto questo, la terapia non è più un mistero per nessuno, ed è giusto che sia così.

Lascia un commento