Parolacce in terapia

La psicoterapia è una cura fatta di parole che sono immagini della (nostra) Psiche. Ma di quali parole stiamo parlando? Ci sono parole bandite dallo spazio terapeutico? Parole sconce, inopportune, troppo drammatiche, volgari, fuori contesto o parole noiose, inutili. Parole piene, parole vuote. Parolacce. Qual è il criterio che determina l’utilità o l’opportunità di una determinata parola dentro al contesto terapeutico?

Voglio raccontarvi che mi sono imbattuta nella domanda che una persona ha posto al gruppo di colleghi di un sito che promuove gli psicologi iscritti e a cui sono iscritta anche io. La domanda era più o meno questa:

Lo psicoterapeuta può dire patata invece di vagina?

E poi la persona continuava: “Ho chiesto al mio terapeuta di non pronunciare la parola patata perché volgare, ma di usare vagina al suo posto. E lui mi ha risposto che non ne aveva voglia, perché la parola vagina gli ricordava un ambiente medico-sanitario”.

Interessante! La mia mente volò a quegli eventi che riguardavano intrusioni nello spazio terapeutico di odori, suoni, suonerie e imprevisti, come quando la persona che abita sotto il mio studio suonò insistentemente il campanello per protestare per una perdita d’acqua che in realtà non c’era, interrompendomi nel bel mezzo di una seduta.

Qui, un terapeuta getta una patata bollente ai piedi della paziente, anzi, proprio sul suo grembo, e la scotta. D’ora in poi, tutto quello che dirò è frutto delle mie elucubrazioni e delle mie considerazioni sulle mie elucubrazioni. Non posso fare altro visto che ho appreso della vicenda da due righe pescate sul web, un po’ come è capitato a voi leggendomi. Però, trovo quest’occasione veramente succulenta — a proposito di patate — alla luce delle possibili argomentazioni che offre, in particolare, riguardo alla narrazione più solida e ricorrente in psicoterapia, e cioè che è una cura fatta di parole. Ma questo l’ho detto già all’inizio.

Ho detto anche che le parole sono immagini della psiche, ingressi che danno in stanze che portano in luoghi che preludono a mondi… ma detto così, non risulta efficace. Non me la sono mai cavata molto bene con la teoria. E allora passiamo alla pratica, lavoriamo!

PATATA:

La paziente dice che è una parola volgare, e ha ragione. La patata è volgare. Volgare significa del popolo, del volgo, appunto, della gente, di tutti. Un cibo antichissimo che proviene dall’America del Sud, dalle regioni andine, dove veniva coltivata da millenni dalle civiltà precolombiane. Per quelle popolazioni era una delle prime fonti di energia un po’ come per noi il grano e per gli orientali il riso.

Un cibo umile che cresce nella terra, un cibo prezioso che ha salvato intere popolazioni da guerre e carestie quando grano e farina per il pane non ce n’era! È semplice perché non richiede molte trasformazioni (come il pane) per essere consumato. Dunque, stiamo parlando di energia facile e disponibile, decisiva in periodi di carestia e, concedetemelo, buonissima.

I mangiatori di patate – Vincent Van Gogh, 1885

Ma a voi come piacciono le patate? Lesse, fritte, al forno, al purè? Pasta e patate alla napoletana l’avete mai mangiata? E il gattò di patate? Ecco, la patata è anche energia versatile, adattabile.

Ma perché proprio la patata?

Se ci pensiamo, se facciamo un piccolo esercizio di clinica poetica, il terapeuta di quel post non aveva tutti i torti a sentire il rifiuto per l’alternativa. Se andiamo a cercare la parola vagina sui motori di ricerca o nei dizionari medici, l’eco che ci restituisce è fredda, asettica, puramente anatomo-fisiologica. Profuma di camice, di sala parto, di freddo metallo da speculum. Toglie l’anima e lascia la carne da analizzare.

Il termine popolare, invece, porta con sé la terra. Ma perché la terra? Perché la patata è diventata l’organo genitale femminile, così come il pisello è diventato quello maschile? C’è un motivo scientifico? No, probabilmente c’è un’assonanza morfologica, una forma che l’immaginazione popolare ha colto sottoterra o nei baccelli delle piante. La psiche ama le somiglianze, ragiona per metafore vegetali, per forme che si richiamano. L’organo sessuale non è solo anatomia, è l’orto biologico della vita, l’archetipo dell’energia che germoglia al buio.

Eppure, a quella paziente, quel mondo evocato dalla terra faceva schifo. Le faceva provare un disagio profondo che non sappiamo qualificare, ma che era lì, vivo, sulla poltrona.

Siamo sempre dentro una cornice simbolica. Allora forse la sfida, la provocazione — o la “cazzata”, chiamatela come volete — di quel terapeuta è stata proprio quella: costringere la paziente a frequentare per un attimo quella qualità scomoda, quel fango popolare e umile che la parola patata si portava dietro. Stare con lo straniamento.

Questo non significa che la paziente dovesse accoglierla per forza, farla sua o iniziare a usarla. Avrebbe potuto tranquillamente continuare a evitarla, a ritenerla inadatta a sé. Ma forse, stando lì dentro, l’atteggiamento verso quel disagio sarebbe cambiato. Quella parola, da odiosa, avrebbe potuto conquistare una sua dignità profonda, rispettabile nella sua distanza.

Il valore dell’errore

Poi, certo, resta aperta tutta la questione sull’adeguatezza del professionista. Ha fatto bene? Ha fatto male? È stato un intervento di un’audacia clinica geniale o uno scivolone colossale dettato dalla pigrizia emotiva di non voler rinunciare al proprio gergo? Ha fatto una cazzata? Non lo sapremo mai.

Ma dal mio punto di vista, la bellezza della clinica sta proprio qui: tutto, assolutamente tutto, è materiale per lavorare. Anche l’errore del terapeuta. Anche lo strappo. Perché quando il medico sbaglia o ferisce, fa scendere il setting dall’altare della perfezione e costringe entrambi a guardare cosa c’è sotto quel tavolo di contadini di Van Gogh. C’è la fame, c’è la terra cruda, e ci sono le parole che, a volte, scottano come patate appena tolte dal fuoco.

Si fa un gran parlare di psicoterapia come percorso di consapevolezza di sé e di auto conoscenza senza evidentemente considerare che ciò prevede anche l’incontro con la patata, o meglio, con lo straniamento che alcune parole, idee, emozioni possono produrre. Quello che si prova di fronte agli eventi — le parole sono eventi —, soprattutto quelli meno confortevoli, ci informa su di noi e noi, se tendiamo l’orecchio, se partecipiamo, se ci incuriosiamo e ci appassioniamo, apprendiamo su di noi.

Riguardo al caso in questione, non possiamo sapere se lo psicologo abbia fatto una scelta terapeutica ponderata e consapevole o abbia preso uno scivolone colossale; ma, in entrambi i casi, quello che si è prodotto è materiale clinico se lo si vuol considerare tale, oppure uno strappo all’alleanza terapeutica, se, invece, lo si vuol considerare tale. Oppure tutte e due le cose insieme. Il valore di questa esperienza è individuale.

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