Di cosa parliamo quando parliamo di Clinica Poetica

È un incontro tra parola e cura

La clinica poetica è una disposizione d’animo che mette terapeuta e paziente in una postura tesa a un orizzonte di senso e a una nuova grammatica del dolore che prevede il distinguere tra la parola vuota — il resoconto burocratico dei fatti, il discorso intrappolato in un immaginario ridondante — e la parola piena, l’unica in grado di operare nel simbolico.

Essa non riferisce la verità, la fa, diventando un’esperienza trasformativa per il soggetto che la pronuncia. In questo setting, la narrazione smette di essere un elenco di sintomi per farsi campo d’azione della storia e dell’identità. Curare, dunque, significa onorare la natura creativa della parola, poiché che l’atto poetico è, per sua stessa essenza, un atto creativo che genera realtà.

Poiesis, la parola come atto del fare

Per abitare con sapienza la clinica contemporanea, occorre tornare alla radice greca del termine poiesis. Lungi dall’essere un’estetica astratta o un mero ornamento letterario, la poiesis è l’atto del fare, del produrre, del dare forma al mondo. La clinica poetica è dunque un’attività concreta, un lessico che restituisce plasticità alla realtà psichica intervenendo là dove i vissuti propongono soltanto angoscia o tormento.

La psiche è poetica, si dà come immagine, scena, rappresentazione, narrazione, teatro, sogno. La parola è la sua risonanza nel mondo concreto.

Nell’ottica di una clinica poetica, la psicoterapia è una talking cure non nel senso di una parola magica che guarisce, ma come un luogo in cui si coltivano parole come testimonianze vive di Psiche. La relazione terapeutica si configura, quindi, come una vera alleanza poetica, uno spazio protetto in cui il clinico agisce come guida e testimone. Utilizzando la facile analogia di Virgilio e Dante, il terapeuta è colui che sostiene il paziente nella sua necessaria discesa agli inferi.

Il linguaggio dell’immagine: la metafora e altre figure retoriche

La metafora è il ponte strategico che unisce l’emozione e la cognizione. è uno starter emozionale non ordinario che permette di superare le difese dell’intelletto.

Seguendo l’ipotesi di María Zambrano, la forza della poesia risiede nel rendere possibile, simultaneamente, il sentire e il capire.

L’insight clinico non è una comprensione intellettuale, ma un sentire-capire immediato: l’immagine accende una luce improvvisa che trasforma il sintomo — vissuto come un corpo estraneo — in un simbolo dotato di senso, di ammissibilità e di continuità e coerenza. Spesso il conflitto psichico si presenta come una acuta follia (l’ossimoro greco), un’unione paradossale di termini antitetici che blocca il soggetto. La metafora interviene proprio qui, dando una forma riconoscibile a ciò che è informe o angoscioso. Qualcosa si distende, i muscoli del collo, il respiro… Una tensione che si scioglie.

La bellezza come necessità etica della cura

Curare l’altro richiede, in ultima istanza, il coltivare un sentimento poetico che riguarda necessariamente la bellezza come disposizione primaria dello sguardo e dell’ascolto.

La bellezza entra in gioco come energia che rimette in moto il desiderio. Bellezza è sentire col corpo, commuoversi – muoversi insieme – con Psiche nel mondo. Coltivare un sentimento poetico significa allora custodire questa danza che, fin dalla notte dei tempi ci accompagna e tutela la nostra esistenza e la nostra sopravvivenza.

Di tutti i peccati della psicologia, il più mortale è la sua indifferenza per la bellezza.

James Hillman

Se questo è il punto, e per me lo è, allora diventa più chiaro anche il limite di una clinica che si esaurisce nella ricapitolazione dei fatti, nelle nomenclature e nei casellari manualistici. Quel lavoro resta imprescindibile, ma non è sufficiente a restituire all’esperienza la sua qualità umana che non è mai ontologicamente ordinata e lineare ma, al contrario, movimentata e circolare. Una danza, appunto. Considerare questo è un atto di responsabilità clinica e terapeutica.

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